I volontari della Diaconia Valdese all'estero

Pazzo, primo mese

Ormai è un mese che sono in Germania, ad Ulm, ma il viaggio di andata non me lo dimenticherò mai: partì da Torino alle 21:30 del 12 ottobre con un pullman, per poi arrivare verso le 11 del giorno dopo nella mia nuova stanza. Non oso neanche immaginare quale sia stata la prima impressione di Arvo, il mio tutor quando mi è venuto a prendere alla stazione: dopo più di 13 ore di viaggio scendevo dal treno con uno zaino enorme, un valigione in una mano e un basso nell’altra. Ovviamente io mi ero messa i vestiti più pesanti addosso e qua c’erano una ventina di gradi, posso solo immaginare cosa hanno pensato tutte le persone in canotta e pantaloncini vedendomi passare con scarponcini e giacca imbottita.

Il primo giorno al Cafè Jam, dove lavoro, non sapevo proprio che pesci prendere: quel poco di tedesco che avevo provato ad imparare prima di partire non era abbastanza, soprattutto con la valanga di Schuler delle 13, una vera e propria orda di bambini e ragazzi affamati che arrivano tutti insieme. Interpretando dal tono di voce e dai gesti sono sopravvissuta, l’unica cosa che mi ha salvata è stata l’inglese, con cui riesc a farmi capire, comunque, un pisolino non me l’ha tolto nessuno; anche perché, dalle 18 alle 20:30 avevo il corso di tedesco.

Le prime due settimane sono state molto simili al primo giorno: tanta interpretazione, tanto sonno e tanti, tanti bambini.

La terza settimana è stata un misto di amicizie, culture, lingue, kicker e biliardo, in un monastero in mezzo alle montagne di Benediktbeuern. In una settimana ho conosciuto altri volontari con cui ho potuto condividere le mie emozioni e sensazioni, in uno spazio che sembrava lontano dal mondo reale, dove ho potuto riflettere sui miei obiettivi per questo progetto e per il mio futuro.Tornata a Ulm ho ricominciato la mia normale routine, piu motivata di prima.  

Cosi è passato un mese, velocemente e intensamente, pieno di nuove esperienze, emozioni e amicizie.

 

Giulia Terzolo – Ulm

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Ahoj kamoš! Mi chiamo Riccardo e al momento mi trovo ad essere un volontario EVS a Bratislava esattamente a 804,04 km da casa mia come suggerisce anche l’immagine di copertina, seppur non sia una distanza astronomica quando ti trovi a pensare dove sei e dove tutta la tua famiglia, amici ecc.. fa una certa reazione (per lo meno per me è così). Comunque inizio a raccontarvi un po’ di come me la passo qua tra pizze al sapore di aglio, lingue strane ma tante altre belle cose. Allora la mia avventura con questo paese ormai tocca i due mesi, seppur con una lingua che potrebbe definirsi complicata e strana per noi discendenti dai latini, dopo due mesetti inizi ad avere nel tuo vocabolario per lo meno “ciao, come stai?”(Ahoj, ako sa más’?) -“arrivederci” (Dovidenia!) e forse riesci a coniugare anche il verbo essere e probabilmente anche qualcos’altro se sei un minimo curioso… bhe che dire, parlando della mia esperienza con le lingue posso dire che è stato un bel muro da valicare, ebbene si ho iniziato l’avventura non avendo una gran capacità dell’inglese, ciò per il primo mesetto è stato frustrante perché non riuscivo ad esprimermi come persona. Adesso posso dire che me la cavo abbastanza per lo meno riesco ad avere delle conversazioni in inglese che si possono definire tali. A tal proposito devo dire grazie al mio gruppo di volontari, che mi sta aiutando, ad esempio con Clara la ragazza spagnola la quale ogni giorno cerca di ficcarmi nella testa nuovi vocaboli e mi passa letture in inglese, lo stesso vale per Thomas il mio compagno di camera o Daria, Natalie, Marine, Jana. Ho voluto parlavi del mio rapporto con le lingue perché è stato come buttarsi da un paracadute , anche se non ho idea di cosa si provi perché non mi sono mai lanciato, comunque , tornando a noi il mio discorso è rivolto a tutte le lingue adesso non sto a spoilerarvi tutto, lo capirete da voi quando vi troverete a rapporto con con 5,6,7 lingue e di conseguenza anche con le culture che ne fanno parte… Adesso, dopo aver finito di fare questo discorso sulle lingue che mi sono sentivo di fare, vi racconto un po di cosa ho fatto in questi due mesetti. Dunque, parto col dire dove lavoro, al momento partecipo a due progetti, uno all’interno di una scuola privata con bambini dell’asilo fino alle elementari. 

Questa è la mia classe, o meglio, quella in cui sono di supporto ad un’insegnante, la quale aiuto con la preparazione di materiali per le attività e. Nella prima foto eravamo a fare una breve gita in un parco sulle colline di Bratislava, nella seconda è un venerdì mattina  dove di solito siamo in piscina, o per meglio dire loro sono in piscina io mi prendo solamente gli schizzi dei loro tuffi, motoscafi… Sono un bel gruppetto di scalmanati ma nutro già grande affetto per loro.

Questo è quello che faccio ogni mattina dal mercoledì al venerdì, il pomeriggio invece, dal martedì al venerdì sono di supporto in quello che in Italia si definirebbe “dopo-scuola” ovvero dopo la pausa pranzo, chi rimane a scuola a il piacere di giocare con me a pallone, nascondino, gare di corsa… In realtà io sono colui che dovrebbe solamente supervisionare ma a volte mi concedo a qualche svago con i miei “compari”. IMG_20181023_133242_130

(ogni tanto abbiamo anche la fortuna di avere qualche nuovo membro, come Martin un esemplare di extatosoma tiaratum )

Il secondo progetto a cui ho preso parte è quello all’interno del centro Kaspian, situato nel quartiere di Petržalka. Quartiere che non gode di una grandissima fama. Ciò che faccio io il lunedì solitamente, non è stare all’interno della struttura ma è lo “skatepark”. Ovvero, il centro kaspian produce due tipi di attività il “Club” e lo “Skatepark”, il secondo quello che faccio io di solito si può definirlo come “street work”, in che cosa costituisce? Costituisce nel andare nei vari centri di aggregazione giovanile all’interno del quartiere (skatepark, market al coperto) di Petržalka e parlare con i “clients” che sarebbero poi i ragazzi che vengono al club o allo skatepark. (alcuni di loro hanno già problemi con la legge per cui ciò che con Claudia e Mišo si cerca di fare è invitarli al club o allo skatepark per distrarli da altri impegni, parlare con loro capire com’è la situazione in famiglia …)

Concludo dicendo che mi sto godendo questa esperienza piano piano, cercando di ottenere più cose possibili da essa, perché anche se sembra di stare qua da più tempo di due mesi allo stesso tempo so che volerà via ancora più velocemente.

Dovidenia!

Riccardo Peiretti – (Bratislava)

 

Buda o Pest?

 

Sziàsztok! Hogy vagy?  AIUTO! MA CHE LINGUA E’! mi sembra di essere capitata su Marte e che tutti parlino il marziano! Come farò per un anno a sopravvivere? La mia avventura in questo nuovo mondo è iniziata un mese fa, eppure a me sembra molto più tempo!

Mi chiamo Rachele e sono volontaria a Budapest, anche se in realtà il mio appartamento è a Buda (hihihihi). Vivo con due ragazze tedesche, una ragazza rumena che però parla ungherese e un ragazzo che arriva da Madrid, ma come sottolinea sempre, lui  è Colombiano e a Madrid ci vive Solo. Insomma un minestrone di culture e mentalità diverse che vive sotto lo stesso tetto.

Devo dire che la sistemazione è ottima, un appartamentino molto carino e spazioso appena sotto il Bastione dei Pescatori e a due passi dal Palazzo Reale, e le persone che lavorano all’intero dell’associazione che ci  ha accolto e che ci seguirà sono veramente molto disponibili e gentili e ci trattano con i guanti di velluto. Insomma  sono davvero molto soddisfatta e contenta di quello che ho trovato e delle persone che ho incontrato.

Le prime due settimane eravamo un gruppo molto numeroso, e dopo una settimana di lezione di Ungherese, siamo tutti partiti per andare al Lago Balaton dove si è tenuto il primo seminario organizzato da ODE, durante il quale ho conosciuto altri volontari provenienti dall’Ucraina e dalla Romania.  Il seminario è stato molto interessante, sia dal punto formativo che dal unto relazionale anche se purtroppo alla fine di esso il gruppo si è separato poiché non tutti i volontari lavorano a Budapest.

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(Questo è il falò dell’ultima sera a Monozlo, location che ci ha accolto.)

E ora dopo la parte di divertimento e spensieratezza è giunto il momento di preparare l’entrata in scena nel mio luogo di lavoro… SAREPTA.  La struttura è composta da diverse case che ospitano persone anziane e persone con disabilità più o meno gravi. La mia partner in crime è Alizeé una ragazza che arriva da Lione.  I giorni  con queste persone più imperfette delle altre sono sempre una sorpresa, perché anche se non ti conoscono loro vengono da te e ti abbracciano, ti parlano, ti vogliono bene anche solo perché li saluti e gli ascolti o gli dai la mano. Penso che loro, più di altre persone, capiscano cosa c’è dentro il cuore della persona che si trovano davanti e che per questo sappiano apprezzarti da subito, ma soprattutto una  cosa che apprezzano molto sono i capelli lunghi ahaha, sono letteralmente attratti dai capelli lunghi, e devo dire che alcuni di loro sanno fare delle ottime acconciature.DSC_0094

Nella struttura più vecchia ci sono le persone con disabilità più gravi e con le quali le attività sono molto ripetitive. La mattina li accompagniamo  nella chiesa che è presente all’interno della struttura, poi li facciamo camminare, perché molti di loro stanno fermi la maggior parte del giorno e infine diamo da mangiare a quelle persone che purtroppo non possono farlo da sole. Quest’ultima è la parte meno bella e devo ammettere che la prima volta è abbastanza destabilizzante, ma le persone che ci seguono sul posto di lavoro sono totalmente disponibili e se qualcosa non riusciamo proprio a farla perché ci disgusta o non la sentiamo adatta a noi, loro sono apertissime ad ascoltarci e ci capiscono, non siamo obbligate a fare nulla e se qualcosa non va abbiamo il diritto, se non il dovere di dirlo, ma questa cosa è la prima cosa che ti dicono anche loro.

Nella seconda struttura ci sono invece le persone che hanno disabilità meno gravi e con le quali si possono fare molte più attività dinamiche e divertenti. Per esempio la scorsa settimana siamo andati in gita in un parco naturale vicino a Szantandreé ed è stata una giornata molto impegnativa e faticosa, ma alla fine della quale ero davvero felice, perché soddisfatta di quello che avevamo fatto e del pomeriggio passato insieme a queste persone così divertenti e perfette nella loro imperfezione.

 

Chiudo alcune foto della gita e con il mitico duo delle gemelle Kotta e Panna

A presto

Rachele

 

 

 

 

Riflessione Volontaria

Ciao ragazzi, come riassunto della mia esperienza SVE vi lascio una riflessione fatta nel settimo mese da volontario e anche una foto con una persona che attraverso la musica combatte contro le barriere della diversità.
Manu Chao

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la riflessione la trovate anche sul sito della FAGIC!

Ciao, sono Filippo!

Questo è il mio settimo mese di volontariato nella Federació d’Associacion Gitanes de Catalunya (FAGIC).
In 7 mesi ho conosciuto, in parte, un nuovo Popolo, una nuova cultura, nuovi pensieri.
Quanti nomi, quante storie, quante accuse  (infondate ad un Popolo….).. per lo più provenienti da persone che non sanno.
Il mondo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, cresce, diventa sempre più grande. L’essere umano scopre sempre più cose, diventa sempre più intelligente. In teoría.
Siamo oramai nel 21 secolo e persiste ancora un diffuso sentimento di razzismo, molte persone si percepiscono superiori e quindi si sentono autorizzate (dal loro punto di vista) a vantare tale superiorità su chi percepiscono inferiore.

L’uomo salva vite e distrugge popoli.

A mio parere il razzismo peggiore che l’uomo abbia mai creato è il cosiddetto razzismo sottile, ponendo come aggettivo dispregiativo il nome di un Popolo; la cosa che fa più male è che per la maggior parte della popolazione (percepisce come normale l’utilizzo di espressioni che hanno un trasfondo razzista) è del tutto normale, non lo vedono come una forma di razzismo (sembro uno zíngaro) e ahimè credo che una cosa cosi non potrá mai cambiare.

L’uomo, sempre secondo il mio parere non crescerá mai fino a quando non romperá queste barriere, non siamo “evoluti”, non siamo più intelligenti degli animali, tutt’altro.

Una riflessione che ogni essere umano ha bisogno di fare, o almeno credo
nessuno è più grande/intelligente di qualcun’altro, forse gli animali.

Opre Roma.

Filippo Leonzi

Paraná

“Tra giocattoli e sogni alla Residencia El Sol”

Uno scorcio sulla maternità adolescente

di Enrica Scimone Carbone                                             ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Sono passati sei mesi dal mio arrivo ed ancora mi chiedo se tutto quello che mi circonda è esattamente come lo avevo immaginato o totalmente differente. Di una cosa sono certa: dal momento in cui ho messo piede in terra argentina, ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto, al momento giusto, facendo esattamente quello che desideravo fare. Mi chiamo Enrica e sono volontaria presso la “Residencia El Sol”, una struttura dedicata all’accoglienza di adolescenti madri e di bambini che, per ragioni differenti, non vivono con la famiglia di origine.

La vita alla “Resi” è scandita da piccoli rituali quotidiani: prendere un mate tutte insieme, fare una passeggiata nel centro della città, prepararsi per andare alla scuola serale, pettinarsi i capelli e, nelle giornate di pioggia, cucinare tortas fritas al ritmo reggaeton.

I giorni, che scorrono all’apparenza tutti uguali, riservano sempre qualche novità inaspettata: un nuovo ingresso, una nascita, un’adozione, un litigio, una bugia presto svelata, una riappacificazione, la visita di sorella, una fiducia ottenuta, le prime parole, i primi passi, i primi disegni, i primi tentativi di tutte quante noi, perché lavorare con persone e non con macchine, ti mette necessariamente in gioco in ogni momento.

Il mio lavoro in questi primi sei mesi, è stato ritagliare piccoli spazi di tempo all’interno della routine della “Residencia” da dedicare esclusivamente alle ragazze o ai bambini. Quello che ho sperimentato, specialmente nel tempo passato con le ragazze, è che non importa quante attività spettacolari o stimolanti hai programmato o portato a termine, l’importante è esserci. Una frase detta al momento giusto o semplicemente la tua presenza, possono significare tanto.

Alla “Residencia” si parlano molteplici linguaggi, a volte troppo complessi da tradurre in parole: quello istintivo e dirompente dei bambini dove l’affetto, il gioco e l’apprendimento sono vissuti con impagabile spontaneità; il linguaggio ermetico delle emozioni, che in mano a ragazze adolescenti triplica di intensità e di significato. La richiesta di un gesto di affetto è camuffata goffamente dietro ad un: “Mi aiuti a pettinare i capelli?”, “Mi tieni compagnia mentre faccio il bagno al bebé?”, “Mi accompagni a scuola?”, “Prepariamo la cena insieme?”, “Sabato usciamo solo io e te?”.

Sono molte le richieste di un tempo esclusivo come fare una passeggiata o scambiare qualche chiacchiera a due. Secondo me vanno accolte spesso perché, seppur vero che la “Residencia” è una grande famiglia, è anche vero che ognuno in famiglia ha un suo posto speciale: non tutto si può affrontare in gruppo. Per le ragazze, l’essere apprezzate singolarmente, il sentirsi uniche anche solo per poche ore, porterà – con un po’ di fortuna – a nuove attenzioni ed a una crescita del legame con i loro bambini.

 

Quello che più apprezzo della “Residencia El Sol”, soprattutto in questi tempi di ritrovato femminismo, è proprio il fatto di essere un aiuto per le donne. Un reale sistema di tutela, curato da donne per nuove generazioni di donne. Un luogo dove tutti i giorni si apprendono e tramandano diritti, dove si diventa responsabili e dove si prova a chiudere le porte ad un passato difficile, spesso legato alla violenza. Qui non c’è spazio per parole o indignazioni ma solo per i fatti, ogni piccolo cambiamento ha il sapore della vittoria!

Paraná, una culla verde, nel cuore della Mesopotamia Argentina, sempre avvolta da un’aria tiepida e umida, dove i salici ascoltano le risa del rìo. Una terra che senti respirare profondamente nelle ore quiete della siesta quando tutto si ferma e le cicale bisbigliano curiose, noi nella tranquillità della “Resi” traduciamo segretamente frasi di amore dallo spagnolo all’italiano ed impariamo a dire “Te quiero y te amo”.

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Tout va bien

Sono partita alle 22:30 il 4 settembre 2017 dal piazzale Boschetti di Padova, ho preso il mio primo Flixbus direzione Strasburgo.

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La cosa più difficile quella sera è stato lasciare i miei genitori.
Ho pianto per tutto il viaggio (12 ore). Non ho mai capito bene il perché. Non poteva mancarmi la famiglia dopo 2 ore di viaggio. Però sentivo già una mancanza, lasciare tutto per 9 mesi è difficilissimo.
I miei primi giorni in Francia sono andati malissimo, volevo andarmene a casa. Chiesi persino ad un’amica di guardare gli orari di tutti gli autobus, dei treni e degli aerei che partivano per ritornare. Scrissi a molti amici che non ce la facevo, che volevo il mio Paese, fortunatamente tutti mi dissero di restare e dopo aver ricevuto una decina di messaggi da persone diverse che cercavano di convincermi, decisi di continuare il mio viaggio.
Ma perché andarsene dall’Italia?
Una volta un mio professore mi disse: “Tu te ne devi andare da qui, questo paese ti sta stretto!”. Aveva completamente ragione. Mi sentivo soffocare da persone, ambienti e pensieri che non mi appartenevano.
Ho deciso di cambiare vita, o per lo meno di provarci.
E sono cambiata? Si, molto. Mi sento una persona diversa, più matura, so bene cosa mi piace e cosa no. Ho imparato a gestire situazione di salute, bancarie e amministrative. Ho imparato a convivere con persone di cultura diversa. Ho imparato che bisogna volersi bene e mettere sé stessi prima degli altri. Ho capito che alcuni legami non si scioglieranno mai, che le persone affette da malattia mentale sono piene d’amore e che lavorarci insieme mi ha arricchito l’anima.

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Il mio concetto di famiglia è cambiato. Famiglia è ciò che ti fa stare bene, quell’insieme di persone che ti aiutano e che ti chiedono con il cuore (e non perché è di uso comune): “come stai?”.
Helen (la mia coinquilina) è stata la mia famiglia per nove mesi.
Il ricordo più commuovente che custodirò sempre con me è stato quando una sera mi sono arrivate brutte notizie dall’Italia e mi misi a piangere. Helen venne in camera mia e oltre ad un grande abbraccio mi donò una busta che le aveva a sua volta donato l’organizzazione d’invio tedesca, che diceva: “Per quando starai male”. Me la diede dicendomi che ne avevo bisogno. Quindi è per questo che reputo Helen la mia famiglia, mi ha donato una cosa sua personale solo per farmi stare meglio.
Una famiglia l’ho trovata anche a lavoro. Ho lavorato nei laboratori creativi di un centro per disabili (adulti/anziani) e facevo parte dell’equipe degli “Atelier” che mi ha aiutato tantissimo, sia nell’aspetto lavorativo che nella vita quotidiana. Fortunatamente esistono ancora persone così.

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Ringrazio la vita per questa opportunità di crescita. Ringrazio il mio passato che mi ha fatto cambiare scuola superiore portandomi in un’altra realtà che mi fece così conoscere youthportal.com, tramite il quale scoprii la Diaconia Valdese.
Infine dico grazie alla mia famiglia che mi ha sempre sostenuto e poi, ringrazio la Nicol di settembre 2017 per aver tenuto i denti stretti e per aver avuto il coraggio di cambiare

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Sembrando esperanza-Adrián Villalba Æ