I volontari della Diaconia Valdese all'estero

19 giugno 2017

Ciao a tutti!

Il mio SVE sta volgendo a termine e non mi resta che godermi questi ultimi mesi a Budapest. La città con l’estate è diventata qualcosa di meraviglioso e girare in bicicletta per i parchi o i grandi viali assolati è veramente bello. Di conseguenza, anche se ormai in ufficio non ho più molto da fare, non mi dispiace avere più tempo libero per godermi il più possibile questa bella città. Ieri ho pure scoperto una nuova parte di Budapest, Romai Part, dove ho passato una rilassante domenica in riva al fiume e immersa nel verde.

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Maggio è stato un mese abbastanza intenso, perché con la mia organizzazione ospitante abbiamo pianificato un seminario internazionale a Durres e siamo poi andati direttamente sul posto per gestirlo. Tutta l’attività che ha preceduto il seminario è stata piuttosto interessante, ho preso parte nella selezione dei candidati, nell’acquisto dei biglietti per i viaggi e nella programmazione del seminario. In questo modo abbiamo pianificato tutti i workshop e le attività che avremmo tenuto e ci siamo preparate al tutto. Il seminario ha raccolto più di 35 partecipanti da diversi paesi europei, ragazzi rom e non rom pieni di entusiasmo e voglia di condividere e raccontare le proprie esperienze. Per una settimana abbiamo passato momenti davvero belli e il gruppo ha raggiunto livelli ci coesione ed unità veramente notevoli. Di giorno si dava il meglio nei diversi workshop e nelle discussioni e poi alla sera si stava svegli fino a tardi a chiacchierare e a ballare musiche tamarre come “Despacito”! 🙂

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La settimana è volata e in un batter d’occhio è già stata ora di tornare a casa. Non essendoci voli diretti da Tirana a Budapest tutti i giorni, abbiamo dovuto aspettare un giorno in più in Albania e io ho deciso di visitare la città di Tirana. Mi sono fermata in un ostello davvero carino e poi ho passato tutto il pomeriggio tra vie, piazze e musei. Faccio fatica ad esprimere un giudizio obbiettivo sulla città, perché, pur avendo un aspetto non proprio elegante, mi è piaciuta moltissimo. L’atmosfera era davvero allegra e contagiosa e non puoi che essere felice sotto il sole di Tirana! Ci sono stati alcuni momenti, come la visita al bunkart, in cui mi è venuta molta tristezza (onestamente non sapevo che la dittatura albanese fosse stata così feroce), ma poi la visita al parco mi ha fatto tornare il buon umore! 🙂

Mi sono pure arrampicata su questo interessante edificio, ex sede del museo del dittatore Enver Hoxha, da cui ho potuto vedere la città dall’alto!

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Un saluto,

Livia

¿Dónde vas?

El vulundariado de Alessia en Chinandega, Nicaragua.P_20170204_162832Finisco di lavorare nel barrio de la Tejana, un quartiere di Chinandega, verso le cinque e mezza ed esco dalla cancellata in ferro bianco-nero che delimita l’area della Planta dove si producono vino e succhi di frutta, ma si organizzano anche numerosi laboratori con i bambini e incontri informali con giovani donne. Inizio a camminare svelta nella strada per tornare a casa a farmi una doccia, infatti se al mattino mi dicono ¡hola cele! (ciao pallida) alla sera finiscono per dirmi ¡adios morena!, cioè addio abbronzatina: certo loro non sanno che il cambiamento non è dovuto al sole, ma al quantitativo di polvere che mi rimane addosso dopo le attività con i bimbi. Mi sento un po’ come Pig-pen dei Peanuts, quel personaggio di Charles Shulz disegnato sempre con un vasto corredo di pulci e pulcette.

Dovrei percorrere un po’ più di 3 kilometri per arrivare a destinazione,  e nel frattempo sono numerose le moto-taxi che si fermano per chiedere se per 20 cordoba, poco meno di un dollaro, voglio un passaggio.Io rifiuto, e solo quando vedo arrivare Don Santo, il mio motorettaro di fiducia, salgo. Ora, non pensate a un baldo giovane in sella a un bolide, piuttosto un uomo di mezza età con canottiera-sabbia ripiegata in modo da far spuntare il panzotto tondo, camicia militare in cui le tonalità del verde si possono solo ricordare, infradito e casco portato all’altezza del gomito, a guisa di una borsa. Andare in due su uno scheletro di moto, senza casco e con il conducente in ciabatte non è di certo la nuova pubblicità per la sicurezza stradale, ma vi assicuro di aver visto caricare uno, due, tre, quattro (si, si, nessun errore di battitura, Q-U-A-T-T-R-O) persone alla volta, sacchi di frutta o di legna e polli fino a non poter più vedere nulla se non le ruote.

Nonostante in Nicaragua non ci sia un linea ferroviaria e quindi treni, la varietà di trasporti non manca, e i collegamenti tra una città e un’altra sono coperti dagli autobus, che trasportano persone e merci per tutto il paese. I costanti e tediosi ritardi di Trenitalia che ho subito per anni, qui sono un problema superato: hanno abolito le tabelle orarie.   Con il tempo ho appreso che per partire con i bus piccoli si deve aspettare che tutti i posti siano occupati, ma una volta raggiunto il numero magico, si va veloci e diretti verso la meta, spesso accompagnati da qualche successo di Laura Pausini cantado en español; invece i bus grandi partono a intervalli màs o meno regolari, ed offrono il duplice vantaggio di essere piuttosto economici e di caricare chiunque sul loro percorso, a patto che l’aspirante passeggero sventoli un poco la mano. Una cosa che accomuna grandi e piccoli autobus sono le decalcomanie attaccate alle fiancate o ai vetri, tutte diverse nello stile ma uguali nel rivolgersi a Dio, alla Sacra Famiglia o a qualche Santo. La prima volta che arrivi al terminal e vedi questo tripudio di preghiere pensi sia solo uno dei tanti modi di manifestare il proprio credo religioso da parte di un popolo fortemente cattolico, però, quando l’autista mette in moto, capisci che l’unico modo per arrivare vivi alla fine del viaggio è affidarsi ad una potenza ultraterrena, così ogni volta che la chiave gira e si accende il motore, anche io, atea, inizio una litania interiore.P_20170317_105010Durante il viaggio schiviamo buche, passiamo incolumi da incroci improbabili e una volta credo di aver visto il bus restringersi, perché non saprei spiegare in altro modo l’essere riusciti a infilarsi in un corridoio stretto-stretto formato da due tir.

Se si è a corto di denaro, o non si è ancora pronti per credere al potere reale della preghiera, c’è sempre un asso nella manica: braccio in fuori, pollice in su e a voce alta RAAAAID.P_20170205_091533_BFNelle vie si vedono spesso delle macchine tipo jeep o dei camioncini aperti dietro, a cui si può chiedere un passaggio senza troppo timore, infatti nel retro a farvi compagnia spesso ci sono maiali, polli, cani, donne, bambini e una vasta gamma di umanità: non si rischia né di annoiarsi né di sentirsi soli in quest’avventura!P_20170126_133352_BF

Ciao a tutti!

E’ passato parecchio tempo dal mio primo post e molte cose sono cambiate: il rigido inverno ungherese è finito e dopo record di -20 gradi e Danubio ghiacciato, la città si risveglia con la primavera ed ogni cosa sembra più luminosa, dalle giornate di sole, agli sguardi allegri degli ungheresi che ravvivano le strade della bellissima Budapest. Il cambiamento del clima ha avuto un impatto decisivo anche sul mio umore, e devo dire che rispetto ai primi mesi, sono molto più positiva. Non conosco ancora molta gente qui, ma la cosa mi pesa sicuramente molto meno e resto ottimista per gli ultimi mesi di SVE che mi restano, è così bella Budapest! In più il primo mese avevo avuto molti conflitti con un mio collega/coinquilino, che però, grazie al cielo, ha deciso di abbandonare il progetto un paio di mesi fa, lasciando me e l’altro volontario in pace. Questo fatto ha decisamente influito positivamente sull’apprezzamento generale del mio SVE, dal momento che vivere e lavorare insieme con una persona così spiacevole era veramente difficile. Da quando ha lasciato le cose hanno quindi incominciato ad andare meglio.

Altre novità importanti del mio SVE sono stati i tre seminari a cui ho partecipato da febbraio ad oggi, uno a Trieste, uno a Visegrád e uno a Durazzo. Tre seminari molto diversi, dal momento che il primo, a Trieste, è stato un training for trainers, volto quindi a formare futuri trainer che sappiano gestire i seminari attraverso l’uso della Non-Formal Education. Il progetto durava una settimana ed è stato molto intenso, con giornate piene di workshop differenti, tutti incentrati sul valori quali l’inclusione, il rapporto minoranze-Stato e attività di team building. Durante i miei primi giorni a Budapest avevo partecipato ad un piccolo seminario organizzato dalla mia associazione, Phiren Amenca, dove avevo avuto per la prima volta la possibilità di sperimentare il metodo della Non-Formal Education. Esso si basa sulla trasmissione di concetti e di valori senza l’utilizzo dei libri o del metodo tradizionale (appunto, la cosiddetta Formal Education), ma attraverso attività di gruppo, insieme al quale si impara ad aprire la propria mente e ad apprendere. Un esempio di team building con il metodo della Non-Formal education è stato un esercizio chiamato “Eggsercise”, in base al quale, hanno diviso il gruppo in tre gruppi più piccoli e distribuendo materiale vario, tra cui carta, bottiglie di plastica e scatole di cartone, ci hanno chiesto di creare un sistema che impedisse all’uovo appeso al soffitto di rompersi, una volta tagliata la corda che lo manteneva sospeso. Forze descritto così l’esercizio non sembra troppo esaltante, ma di fatto è stato davvero divertente usare la nostra fantasia per creare un “nido” idoneo ad evitare la rottura dell’uovo. Ogni gruppo ha sviluppato idee molto creative e l’attività in sé ci ha permesso di conoscerci meglio, creando un rapporto amicale tra i diversi partecipanti. In una settimana infatti eravamo un gruppo molto unito ed è stato triste lasciare Trieste.

 

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Il mio secondo seminario è stato un EVS mid-term evaluation meeting, nella bellissima località di Visegrád, sul Danubio. Qui ho finalmente avuto la possibilità di conoscere gli altri volontari in Ungheria e di scambiare punti di vista con loro sull’esperienza. E’ stato molto bello condividere così tante esperienze e mi ha rassicurato il fatto che più o meno affrontiamo tutti le stesse difficoltà!

 

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Il seminario in sé è stato meno impegnativo rispetto a quello di Trieste, però il gruppo era ancora più unito e ho trovato molte belle persone. La settimana dopo infatti ne ho approfittato e sono andata a trovare a Pécs una ragazza spagnola che avevo conosciuto al seminario, passando un finesettimana diverso nella bella cittadina ungherese.

L’esperienza  SVE offre obiettivamente molte opportunità alternative!

L’ultimo seminario si è concluso ieri a Durres, in Albania, con la stessa organizzazione che aveva pianificato quello a Trieste, YEN, il più grande network europeo di organizzazioni di minoranze etniche, nazionali e linguistiche. Qui ho ricoperto il ruolo di trainer e non posso dire sia andata troppo bene, perché non sono assolutamente portata per parlare in inglese di fronte a gruppi di 50 ragazzi, né tantomeno per condurre attività. Tuttavia sono comunque felice di aver avuto l’opportunità di partecipare. E’ stata un’esperienza interessante che ha sicuramente arricchito il mio bagaglio culturale e che mi ha comunque permesso di conoscere e scoprire molte cose, quali, ad esempio, l’incredibile quantità numerica di minoranze sparse per tutta Europa! Eravamo un gruppo di ragazzi dai 18 ai 30 anni e l’atmosfera era davvero bella!

In conclusione, quindi, lo SVE è molto diverso dalle mie aspettative, ma finora mi ha aperto molte porte che non avrei immaginato e molte esperienze del tutto nuove!

 

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Oltre ai seminari, allego una foto dei miei amici qui a Budapest! Scattata dalla finestra di un bar! 🙂

 

Livia

Ciao a tutti!

Sono Laura e sto svolgendo il mio servizio di volontariato in un paesino del Belgio, nei pressi di Liegi.

Gli ultimi mesi sono stati frenetici e fantastici, ho l’impressione di aver vissuto una quantità infinita di esperienze e ciò che provo ripensandoci é libertà e soddisfazione.

Lavoro in una casa che ospita bambini, i cui genitori, per motivi sociali vari, hanno perso la loro tutela.

Non é sempre facile perché a volte mi sento messa di fronte a cose molto più grandi di me, ma fa bene perche sto imparando a misurarmi con me stessa e con il mondo, credo di star crescendo molto.

Con i bambini faccio molte attività e uscite, ora che é primavera iniziamo anche a godere di un po’di sole, questo mi mancava così tanto!

Inoltre noto come il buon tempo e la natura possano influenzare positivamente l’umore dei bambini, é incredibile!

Contemporaneamente sto seguendo il solito corso di lingua francese, utilissimo perché a parlarla non trovo grandi difficoltà, ma la grammatica…

Fortunatamente che ci sono i bimbi qui, che con la loro voglia di insegnare non si arrendono mai e non si stancano di spiegarmi delle cose, che per loro sono le più ovvie.

Ho viaggiato molto, con il mio progetto siamo andati a Tounai e nelle Fiandre, con i miei amici  spesso a Bruxelles, una volta a Berlino, a Maastricht e abbiamo fatto numerisi giri nei paesini, qui nei dintorni.

Amici e parenti sono venuti a trovarmi, sono tutti rimasti sorpresi per l’incredibile ospitalità delle persone, per la loro curiosità su Roma e sull’Italia che li porta a porre tantissime domande.

Sono felice perché una volta tornati, mi scrivono tutti che hanno tanta voglia di ritornare, significa che non sono l’unica a sentire la magia di questo posto!

Ci sono tanti motivi per cui consiglierei di fare un saltino qui in Belgio:

Per la birra, che é davvero varia e speciale, il mio obbiettivo é quello di assaggiarne tutti i tipi, ma ne sono ancora lontana, sono troppi!

Per le frittes, le patatine belle saporite e unte che possono trasformarsi in una vera droga, per cui bisogna stare attenti, ma mangiate al posto e al momento giusto possono veramente renderti felice!

Per i viaggi, i quali più sono e meglio é!

Per altre infinite ragioni che non vi dirò, perché la sorpresa di trovarle, una volta qui, é la migliore e perché siete voi che dovete farlo!

Vi aspetto, a bientôt et bisous da la Belgique!

Laura

Todo riquisimo

El vulundariado de Alessia en Chinandega, Nicaragua.

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Come cantava Manu Chao, il 16 Gennaio sono approdata alle “11 de la noche en Managua, Nicaragua” (ringrazio della citazione l’amica Pedrini), e pochi giorni fa ho festeggiato il mio primo mese in terra straniera.

Straniera qui vuol dire che nonostante i miei capelli neri pece, occhi mogano e la pelle diventata caffè poco dopo essere scesa dall’aereo, caratteristiche che in passato mi avevano permesso di passare per Egiziana in Egitto, Spagnola in Spagna e Turca in Svezia, ora mi sento dire “Alemana? Gringa!” (Tedesca? Statunitense!). Se inizialmente passavo dallo sconcerto all’impettito, sicura dell’implicita presa in giro, ora che ho compreso la sincerità di queste affermazioni, arrossisco mentre il mio ego cresce a dismisura pensandomi paragonata a una conterranea di Heidi Klum o di Cindy Crowford- mi rendo conto che i miei punti di riferimento sono piuttosto datati, ma mi avvicino inesorabilmente al mio 30esimo compleanno e il mio bacino di icone pop rimangono gli anni 90.

Mi aggiro per Chinandega con fare sicuro, scavalco agilmente i mucchietti di spazzatura accumulata a macchia di leopardo per le vie, zampetto tra i tricycle senza farmi prendere sotto, scendo dal marciapiede prima che si trasformi in un misto di sabbia e polvere optando per la carretera percorsa dalle auto: tra una giravolta, un salto e un pasito adelante, io e la città abbiamo imparato a danzare.

Ora che seguo questi passi come d’istinto, i colori balzano fuori dalle facciate delle case, turchese-giallo-arancione-verde-blu-viola-rosa-rosso e ancora da capo, amplificati dall’eco che gli dona il sole estivo di Marzo.

Ritrovo lo stesso fiume di tinte nel mercato del centro città, dove meloni, ananas, cocomeri, manghi, avocadi, mandarini, limoni, limomandarini, banane, arance, limette, papaia, platani e mucho mas ricoprono i banchi stracolmi dei venditori che sembrano intonare una canzone continua nel chiedere “Qué quiere, amor? De qué necesita, mi querida” (Cosa cerchi, amore? Di cos’hai bisogno, mia cara?).

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Nonostante la frutta sia la prima cosa che viene in mente quando si pensa a un clima tropicale, qui c’è molto di più, un vero e proprio culto per il cibo…da italiana, anzi, da emiliana, mi sono sentita subito a casa.

Al mercato si vende e acquista formaggio fresco e affumicato, carne di pollo, pesce, riso, fagioli rossi; per le calle si trovano banchetti che spadellano tortillias fin dalle 7 del mattino, pulperie, corrispettivo delle nostre ormai desuete drogherie e le fritangas, osterie dove si possono assaggiare le ottime specialità nicaraguensi a prezzi veramente bassi; durante le conversazioni tra colleghi e conoscenti si parla di desayuno, almuerzo y cena (colazione, pranzo e cena), di ricette, delle migliori panederias, di cosa si cucinerà; i bambini si accalcano attorno alle bancarelle per avere caramelle di latte, granite, frutta a spicchi; si cammina mangiando, si mangia viaggiando.

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Italiani, abbiamo dei fratelli nel continente americano: si chiamano nicaraguensi!

Adelante juntos

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Dopo 3 mesi le strade diventano famigliari, quello che sembrava caos diventa normale, la lingua non è più quell’ostacolo del primo giorno e ci si inizia ad affezionare un pò a tutto.

Chinandega si trova nel nord-ovest del Nicaragua, a 20 km dall’Oceano Pacifico, a 40 minuti di minibus da Lèon. Ha più o meno 130.000 abitanti, un clima caldo e umido, una bella vista sul San Cristóbal (il vulcano più alto del Paese – 1745 m), un settore commerciale particolarmente sviluppato e ha anche la squadra di football vincitrice del campionato nazionale (motivo di orgoglio per i chinadegani).

La città è organizzata in cuadre, cioè in quandrati e per raggiungere un posto a volte sembra di giocare a battaglia navale (per andare lì all’incrocio si fa una cuadra arriba y una al norte; per andare lá una cuadra arriba y dos al sur e così via). Volendo ci si può spostare sempre a piedi, però a volte è bello saltare sulla ruta che sfreccia veloce dal terminal al mercadito e che costa solo 5 Cordoba. Quando non si sta troppo appiccicati si trova sempre qualcuno con cui chiacchierare. Comunque, la casa è vicina all’associazione e in 10 minuti ci si può arrivare camminando.

Le attività che stiamo svolgendo e sviluppando qui si potrebbero dividere in 4 gruppi. Ovvero:

– in Planta a La Tejana (lavoro e formazione con le donne della comunità, sviluppo ruta turistica con visite alla planta di turismo responsabile, apertura Kiosko Chinantlan);

– nel rancho di Villanueva (produzione locale di formaggio e prodotti caseari, sviluppo pacchetto di turismo responsabile);

– in Chinantlan (progettazione, comunicazione e lezioni di inglese il lunedì e il giovedì);

– nella Cooperativa di Ahorro y Credito (microcredito, sviluppo di 10 attività di giovani donne).

Sono tutte iniziative interessanti, ma forse quella che adesso mi sta più a cuore è l’attività con le ragazze della Planta. Quando parliamo di Planta dobbiamo immaginarci di stare a La Tejana, una comunità abbastanza povera che si trova a 3 km da Chinandega e si raggiunge (di solito) in moto percorrendo una strada sterrata.

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Qui lavorano alcune donne della comunità e si fanno diversi prodotti come il vino di frutta tropicale, i succhi e le marmellate. Vengono eseguiti tutti i passaggi della catena: entra dalla porta la frutta ed esce il prodotto finito, pronto per essere distribuito. L’idea alla base della Cooperativa Agroindustrial Chinantlan (così si chiama in realtà la planta) è il desarollo. Cioè lo sviluppo. Questo, può avvenire su diversi livelli, dallo sviluppo di una piccola industria autonoma rispetto alle grandi multinazionali, alla creazione di reti con i produttori locali, al lavoro che genera impiego per le donne della comunità. E va anche oltre, nell’educazione e formazione individuale ad esempio, con delle borse di studio che aiutano le lavoratrici a terminare gli studi o ad andare avanti con l’università.

La maggior parte delle ragazze che lavorano qui ha un passato difficile. È per questo motivo che abbiamo iniziato tutti i martedì mattina a fare degli incontri molto informali sulla violenza di genere. Si parla di violenza a livello teorico, si raccontano storie di violenza, si riflette e si descrivono i posti dove si può chiedere aiuto all’occorrenza. Con il tempo siamo passate a parlare di autostima e a fare attivitá e giochi più interattivi. Uno dei giochi che abbiamo fatto ad esempio è chiamato “il circolo”. In cerchio ci si passa dei fogli, ognuno con il nome di una delle ragazze nel circolo. Si scrive una ad una le qualità positive delle colleghe e finisce quando si entra in possesso del proprio foglio. La persona così scrive a sua volta delle qualità positive di sè stessa. Da questo cerchio sul prato della planta, piano piano sono uscite storie personali e le ragazze hanno iniziato sempre di più a parlare e a dire la loro. La confidenza tra noi è anche aumentata col fatto che i martedì pomeriggio imbottigliamo, etichettiamo e lavoriamo sempre insieme.

Quando a gennaio è arrivata la possibilità di fare la prima visita turistica alla Planta con 23 tedeschi interessati ad incontrare i produttori di Flor de Jamaica, con Maribel abbiamo lavorato alla logistica dell’evento. Abbiamo poi fatto a mano le borse per i regali, i depliant, pitturato le tavole e costruito i gazebi. Il giorno prima in realtá abbiamo lavorato come matti per terminare i preparativi, ma poi è andato tutto bene e i turisti sono rimasti molto colpiti, per la gioia di tutti.

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Ora, con le ragazze della Tejana, stiamo lavorando al Kiosko Chinantlan, un negozio all’entrata della planta dove possono vendere prodotti locali, raspados e quesillo. L’idea è che questa attività permetta loro di guadagnare anche quando in planta c’è meno lavoro e che piano piano sviluppino questa piccola impresa sempre più in autonomia.

Ieri Maribel ci ha consegnato un pacchetto da parte del gruppo di tedeschi. Ci hanno spedito delle foto e ci dicono che vogliono appoggiare dei progetti di sviluppo alla Tejana. Questa è un bellissima notizia e quindi vamos adelante juntos.

 

 

Mi chiamo Eleonora, ho iniziato il mio SVE da un mese e tra seminari e nuova realtà è stato un mese intenso e faticoso.

Non ho mai viaggiato molto, se non per le consuete vacanze estive, e questo probabilmente ha condizionato il mio modo di percepire i primi giorni e soprattutto ha influito sulle mie aspettative.

Ho desiderato tanto fare questa esperienza… ma quando, dopo mesi di incertezza, mi hanno detto “Ok parti” … organizzare tutto in 2 settimane, quelle delle vacanze di natale, è stato il delirio!

I primi giorni sono stati difficili… capire e farmi capire sono state le cose più faticose, iniziare ad organizzarsi una vita qui anche.

Qui è Chatillon, una banlieue a sud di img_20170129_010011_772Parigi dove divido la casa con altri volontari (la convivenza non è del tutto facile).

Chatillon è molto carina e in fondo non è tanto diversa dal comune italiano in cui abito … a parte per i mezzi pubblici, su quelli proprio non c’è paragone.

Il mio progetto SVE mi ha portato a lavorare in una casa di riposo e il mio compito consiste principalmente nel fare
assistenza e compagnia alle persone anziane… il lavoro mi piace, il personale che lavora qui è sempre molto gentile e disponibile e lo sono anche i residenti. Ma di questo parleremo meglio nei prossimi mesi, quando sarò entrata nel vivo del mio SVE :-D.

Questo primo mese è stato per me un mese di ambientazione. All’inizio il trasferimento sembrava un po’ surreale … c’ ho messo un po’ a realizzare che questa sarebbe stata la mia vita di qui ai prossimi messi … e lì mi è partito tutto un mix di emozioni e sensazioni, non sempre positive … a partire dalla nostalgia, che ero sicura avrei provato, ma di certo non così presto … allo sgomento che ti prende alla quinta volta che qualcuno ti ripete la stessa cosa e tu non capisci cosa dice ….

Ma al seminario me l’hanno detto che lo SVE, a livello emotivo e psicologico è un po’ come le montagne russe, quindi suppongo che tutto questo sia normale 😀

I primi giorni le persone mi chiedevano spesso se andava tutto bene, se ero stanca o se era difficile … rispondevo che la cosa più faticosa era stare concentrata tutto il giorno per capire cosa le persone dicessero… e allora tutti, ma proprio tutti mi dicevano “ça va venir”, che se non mi sbaglio vuol dire verrà con il tempo o qualcosa del genere … ed effettivamente è vero, pian
o piano diventa tutto meno faticoso! …già oggi che scrivo lo è un po’ meno di quei famosi primi giorni … e allora vorrei concludere questo primo articolo proprio con questa frase… che probabilmente mi farà a lungo compagnia “ça va venir”.

Alla prossima,

Eleonora