I volontari della Diaconia Valdese all'estero

Ciao, sono di nuovo Veronica dall’Inghilterra, la voce della dissidenza. Vorrei condividere con voi alcuni aggiornamenti sul mio progetto di volontariato europeo qui… ricordate? “Fattoria sociale”. Se dovete rinfrescarvi la memoria leggete qui.

Cominciando sulla falsariga dei piccoli shock culturali di cui vi parlavo, in Inghilterra hanno un’altra usanza che non mi sconfinfera per niente. Sotto il periodo di Natale, si è soliti scambiarsi molte lettere d’auguri natalizie. Sono dei biglietti prestampati che la gente compra a pochissimo prezzo, firma frettolosamente e poi ti consegna. Certo sono esteticamente bellini, alcuni. Anzi no, non mi piacciono. Sono troppo pacchiani. Ma il punto è che mancano di profondità. Mancano di umanità, di verità, di cuore. Esattamente come nel nostro progetto.

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Mi sento in un posto dove manca cuore, dove manca quel senso di umanità e comunità che dovrebbe invece appartenergli e che tanto viene pubblicizzato all’esterno. Dove manca calore e tutto è gelato, come la brina che ha iniziato a coprire i prati inglesi. Come al solito, mi sono lasciata abbindolare e mi sono lasciata trasportare dal flusso dei sogni ad occhi aperti. Credevo di trovare in questo posto quella condivisione con le persone che ho vissuto in un progetto precedente: quella condivisione certo a volte pesante e difficile ma, alla fine, così bella e veritiera da poter essere considerata il fine ultimo dell’esistenza. O, perlomeno, della mia esistenza.

Certo, siamo capitati qui in un periodo molto particolare. Prima era tutto diverso: c’erano diverse case famiglie dove una coppia di genitori, i loro figli e diverse altre persone vivevano sotto lo stesso tetto, condividendo la vita quotidiana nelle sue piccole cose e vivendo davvero come una famiglia. Ma poi l’associazione è cambiata, per diversi motivi convergenti e anche razionali che non sto qui a raccontarvi. Adesso, al posto dei genitori di casa famiglia, ci sono i support workers: l’equivalente dei nostri educatori sociali. Persone che sono pagate per lavorare qui, che lavorano a turni e fanno un lavoro pagato male e molto difficile, dove la burocrazia è troppissima e condiziona la quantità e la qualità del tempo che possono passare con le persone.

Mi hanno fatto molto riflettere le parole di una mia cara, carissima amica. “L’anno scorso mi parlavi molto delle persone con le quali vivevi, quest’anno invece non dici nulla”. Non ti racconto nulla perché io, queste persone, non le conosco. Non ci passo abbastanza tempo assieme, in fin dei conti non ho una relazione con loro. Non condividiamo abbastanza momenti ed emozioni.

In ogni progetto di volontariato c’è un periodo molto difficile. Forse questo è il mio. Perché non vedo il fine ultimo del mio stare qui. Perché soffro molto per la distanza che viene messa fra noi volontari e queste persone. Perché ho troppi pensieri che mi frullano per la testa e, la maggior parte delle volte, sono così impertinenti da impedirmi di godere appieno del poco tempo che pur posso condividere con le persone qui.

Mi sento distratta e sopraffatta da qualcosa di più grande di me. Senza energie perché mi sono state risucchiate via. Mi sento invischiata in una ragnatela più gigante e tutta appiccicosa nella quale non riesco a divincolarmi. Ci sono alcune persone qui che stanno lottando per riportare questo posto alla comunità che era un tempo. Ma, come per tutti i cambiamenti, il processo si profila lungo se non interminabile. Purtroppo di questi tempi in me prevale l’incazzatura per qualcosa che poteva e può essere ma che non è, la sofferenza e l’insofferenza. Lo sconforto. Perché mi sembra che ogni singolo spiraglio di luce sia bloccato da un’oscurità più grande e avvolgente, che smorza la mia fiamma d’entusiasmo. Forse questo posto è così ed è destinato a rimanere così. Perché lo vogliono così. O forse le cose cambieranno e io sono una pessima cinica. Questo non lo so. Ma le emozioni non si comandano e mi spiace, di questi tempi trovo molto difficile il credere a qualcosa di diverso. Così non aiuto, lo so, ma pretendere di essere ottimista sarebbe falso da parte mia, ora come ora.

Mi vengono alla mente le parole che un altro amico mi aveva rivolto in un altro mio momento difficile. “Vero, il lato bello di quest’esperienza è che ti insegna cosa assolutamente non vuoi”. Ma cosa non voglio lo sapevo già prima, quest’esperienza lo sta solo rafforzando. Non voglio un posto dove la burocrazia uccide le persone e le relazioni fra di esse. Non voglio un posto dove tutto è formale e impalato ma manca l’essenza e il calore umano. Non voglio un posto che, in fin dei conti, è un ghetto: un luogo separato anche geograficamente dal resto della comunità e dalla società locale. Un posto dove si rilegano persone come se fossero problemi di cui liberarsi. Un ghetto.

Io voglio una comunità forse un po’ strampalata e non perfettamente organizzata ma dove gli esseri umani si possano incontrare e dove vi sia una connessione con la società più grande che v’è al di fuori dell’uscio di Casa. Non voglio un posto dove si vive sotto un alone di perbenismo, dove ci si lava la coscienza con belle parole e tanta propaganda sulle cose belle che si fanno. Quando tutto quello che si fa, alla fine dei conti, ai miei occhi manca di umanità e di profondità. Non da parte delle persone che lavorano qui, ma per via del modo in cui l’associazione è stata pensata ed è ora amministrata.

Attraverso questo inchiostro, ecco a voi una cartolina di Buon Natale dal mio vortice di pensieri amari e neri.

Un alone di mistero

Ogni avventura che così si possa dire tale porta con sé una buona dose di mistero. Quella sensazione di salto nel vuoto, di voler librare le ali e respirare a pieni polmoni. Ma anche quell’ansia e quei dubbi: sarò capace? Cosa incontrerò lungo il cammino? Ebbene sì, anche questa partenza per me è stata un po’ così. Ma, per la prima volta, è stata anche un po’ diversa, a dire la verità. Mi presento, così date un senso a quel che avete appena letto.

Io sono Veronica e sto svolgendo il Servizio Volontario Europeo presso Camphill Village Trust, una comunità rurale dove vivono persone con problemi di apprendimento. Noi volontari lavoriamo con loro nei diversi laboratori: io sono attualmente nell’orto e nel laboratorio di tessitura ed entrambi sono bellissimi e davvero stimolanti. Siamo in Inghilterra, non lontani da Bristol. Il paesaggio è decisamente quello della campagna inglese con i suoi bellissimi cottage antichi e le pecore al pascolo nell’erba verde scintillo tanto invidiata da noi europei continentali: gli altri laboratori attivi sono la fattoria, la falegnameria e un coffee bar. Il tutto è molto romantico (nel senso lato del termine) e c’è qualche scheggia nell’aria che lascia un po’ il sapore d’amaro in bocca. E un alone di mistero circonda alcune delle prime sensazioni che sto vivendo qui.

I miei compagni di viaggio sono molti: in tutto siamo dodici ragazzi provenienti da diversi paesi europei. La maggior parte ha diciotto o diciannove anni e questo è per loro il primo progetto di volontariato: la prima esperienza lontani da casa, i primi passi nel mondo del sociale, i primi sprazzi di vita in un paese che, anche se non è abissalmente poi così diverso, non è comunque il tuo (per esempio, gli inglesi hanno una concezione molto pratica del pranzo, che si spoglia quindi della sua valenza conviviale tipicamente italiana e questo a volte è difficile da mandar giù per noi mediterranei). Io ho già alle spalle alcune esperienze quindi non sto provando la tipica ebrezza del lasciarsi cadere nel vuoto: è un’emozione che conosco e riconosco, che mi tiene compagnia per poco tempo e poi se ne va, lasciandomi sola ad altri pensieri e riflessioni. Però è molto bello vedere in loro questa voglia di stare assieme, di scoprire. Questo entusiasmo. La curiosità e l’incertezza del primo periodo: è un’ebrezza d’aria fresca che non delude mai, ma che poco mi appartiene di questi tempi.

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Panorama dei dintorni

Ho deciso di prendere parte a questo progetto di volontariato perché credo in una società migliore. In una società che possa essere inclusiva, piuttosto che esclusiva. In una società che possa togliere tutte le barriere e strappar via le etichette, invece di metterne sempre di nuove. Ho deciso di intraprendere questo progetto perché ho deciso di esserci. Qui ed ora. Ma anche nel futuro, per costruire assieme questa fantomatica società migliore. Mi piace davvero l’idea di poter vivere in una comunità: in una grande famiglia dove ci si incontra tutti, ognuno con i propri punti di forza e con i suoi punti deboli, con i suoi pregi e i suoi difetti. Dove ci si accetta e si viene accettati per quello che si è. Ma anche dove si impara e si viene aiutati a superarsi e a sfidare i propri limiti. Dove si sta assieme senza tanti sfronzoli e complicazioni, nella semplicità e nella bellezza della vita di tutti i giorni. È una scelta maturata grazie a esperienze precedenti e che si consolida mano a mano, giorno dopo giorno.

Questo progetto per me rappresenta un pezzo importante del mio cammino di crescita e della mia vita. Mi permette di conoscere persone nuove, di vivere dei momenti profondi nella loro semplicità. Mi consente anche di misurarmi e rapportarmi con parti di me che erano rimaste sopite nel corso degli anni, di apprendere e di modellare meglio alcuni aspetti della mia personalità che ultimamente ho un po’ trascurato (nonché di conoscere i principi steineriani dell’agricoltura biodinamica, yo!).

Se c’è una cosa che avrei dovuto imparare dai progetti precedenti (ma che non ho mai imparato e continuo a sbatterci il naso) è proprio di non avere aspettative. Mai. Mai pensare a cosa un progetto potrà essere perché la realtà che si incontrerà sarà sempre diversa, nel bene o nel male. Anche in questo caso è stato così e sono rimasta fregata. Pensavo e speravo di andare a vivere in una comunità, dove ci fosse meno distanza e più relazione fra le persone. Dove ci fosse più cuore e meno burocrazia. Però attualmente non è così, perlomeno nella mia percezione. Trovo che vi sia una grande distanza fra noi e le persone che vivono qui: alla fine stiamo con loro solo nei laboratori e dalle cinque di pomeriggio abbiamo tempo libero.

Un’esperienza precedente però mi ha insegnato a entrare in punta di piedi nella realtà in cui si va. Bisogna ricordarsi che si è ospiti e non padroni di casa: bisogna capire la situazione prima di volerla per forza cambiare. Ecco, per me in questo momento è tutto un po’ un mistero. Una confusione di sentimenti, di idee e di riflessioni. Credo che il nostro volontariato qui coincida con un momento di transizione che il centro sta vivendo e sono fiduciosa che il cambiamento avverrà in segno positivo, anche se a volte scalpito come un toro impazzito perché vorrei che questo cambiamento avvenisse qui ed ora.

Ma, a parte perdermi in questi pensieri sconfinati e nebulosi, apprezzo molto la compagnia delle persone che vivono qui. Poco a poco la relazione con loro si va costruendo. Ed è molto bello. Credo davvero che questa comunità abbia un potenziale d’umanità infinito e sono pronta a dare il mio piccolo microcosmico contributo per far tornare questo centro ad essere una comunità vera, un luogo d’incontro e di cammino insieme. Un luogo di Vita.

Ai confini del mondo

Come iniziare questo post? Mh..

Sono Antonia e parto dal principio.
La nostra “send organization” ci ha chiesto un post al mese, è una cosa complicatissima non credo  di riuscirci, magari uno ogni tanto. Non sono brava a scrivere quando so che sono in tanti a leggere, mi viene l’ansia, storie del tipo “oddio cosa devo scrivere? Magari non gli frega a nessuno di sta cosa”. Detto ciò eccomi qui, il resoconto di un mese ai “confini del mondo”. No, non sono in Siberia, ma l’idea di vivere al confine mi da un po’ questa sensazione. Karvinà è una città di circa 59mila abitanti, sono in Repubblica Ceca, ma se mi perdo nel parco finisco in Polonia. Prima di partire gli unici pensieri continui erano “E se non mi piace? Se non capisco una mazza? Se mi annoio? Posso tornarmene a casa prima?” Non avevo tenuto conto, nemmeno una lontana ipotesi, manco un ricordo dimenticato tipo Inception magari mi piace, magari mi trovo bene, magari, come m’ha detto F. (ex volontaria italiana), “ci ho lasciato un pezzo di cuore”. Ebbene si, mi piace. Mi piace l’aria, mi piace l’idea, mi piacciono le persone, mi piace la scuola, mi piace tutto, alcune volte sembra di essere a Rapolla, ma solo alcune volte. Karvinà alla fine è una piccola situazione come tante altre, l’importante è trovare il tuo posto e io l’ho trovato, la mia poltrona verde nel bar all’ultimo piano della libreria comunale.

Non voglio star qui a menarmela su quanto sia difficile mollare tutto, cambiare vita e ricominciare da capo, non voglio star qui a dirvi quanto è complicato comprare il prosciutto al supermercato e spiegare al barista che voglio una birra media, non voglio nemmeno dirvi di quanto sia difficile avere la famiglia distante (anche se alla fine pensandoci sono le stesse ore di viaggio che facevo da Milano per tornare a casa, credo sia solo l’idea di vivere all’estero) e nemmeno dirvi di quanto mi manchino i miei amici. Voglio dirvi che se tornassi indietro di qualche mese prenderei la stessa decisione, manderei quella mail tanto pensata, premerei “invio” ancora e ancora.

Non voglio raccontarvi del mio lavoro a parte che sono volontaria in una scuola per ragazzi disabili, è un lavoro come un altro, piuttosto vorrei raccontarvi dell’amore che ci mettono ogni giorno le docenti con cui lavoro, vorrei raccontarvi di come i ragazzi si aiutano tra di loro, di come si supportano, di come si amano. Vorrei raccontarvi di quanto apprezzo il tempo che ho a disposizione, di come ne vorrei ancora e ancora.
Vorrei raccontarvi di ogni persona presente in quella scuola, di T. e i momenti in cui si perde nel suo mondo, di H. e della sua forza, di M. e i suoi sogni, di S. e i suoi sguardi pieni di gioia, di quando O. si gira e non mi guarda e di quando mi sorridere mentre lo aiuto a mangiare. Non voglio star qui a fa la smielosa ma alla fine è questo quello che faccio, sto qua, con loro e basta, è abbastanza.

Detto ciò i momenti di crisi ci sono sempre, non è tutto rose e fiori come voglio far sembrare, credo che la cosa più importante sia aver pazienza, pazienza di ascoltare e lasciarsi ascoltare, perché alla fine anche se non parli la stessa lingua ci si capisce, se ho bisogno di una mano con gli orari dell’autobus c’è la coppia di vecchietti che ti dice “ti accompagnamo noi”, perché se non sai dove ferma l’autobus ci sarà sempre la signora che trova un attimo per te e ti saluta con la mano quando il bus parte per la tua nuova destinazione. Perché se non sai come spiegare alla docente che l’adori c’è sempre google traduttore oppure urli “Làska” a tutto il mondo, perché anche se la gente non ti saluta sotto casa, dopo un mese sanno che abiti nel loro stesso palazzo e ti tengono la porta aperta quando arrivi con la spesa.

Sinceramente non so come concludere questa mail, eccetto dicendovi che alla fine i cambiamenti non sono così male come sembrano.

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P.s. Sono seduta nel mio angolo preferito al bar, c’è un evento del quale non capisco na mazza, loro parlano io ho le cuffie. La cameriera è appena arrivata e mi ha portato una fetta di torta alle prugne dicendo “la signora te la offre”. La signora sta cercando di farmi mangiare anche il suo Bignè, la signora non sa che ho già mangiato una fetta di torta alle prugne oltre alla sua e che questa sera avrò mal di pancia. Questa è la Repubblica Ceca.

Ich liebe Kartoffelsalat

Ciao sono Francesca e vi scrivo dalla piccola cittadina di ULM, Germania.

Qui è tutto bellissimo! Le persone sono fantastiche e il cibo, anche se non è quello italiano, non è male!!

Appena  arrivata ho avuto parecchi problemi con la lingua perchè parlavano tutti molto veloce e anche se avevo studiato tedesco a scuola, era un casino!!  Adesso invece va molto meglio anche perchè il mio Tutor è molto simpatico e parla lentamente apposta per me.

Qui a Ulm lavoro in un bar stupendo: Cafè JAM, è grandissimo e alle ore 13 viene sempre tantissima gente infatti al pomeriggio ho bisogno di dormire qualche oretta perchè è un po’ stancante, però mi dà tante soddisfazioni.  Il rapporto con i clienti a volte è complicato perchè non sanno che sono straniera e parlano veloce, ma io esordisco sempre con un “Hallo ich bin italienisch, so langsam bitte”, così loro capiscono ed è piu facile!

Ho anche fatto subito amicizia con i miei colleghi, sono simpaticissimi e ve li faccio vedere:14677851_1104774686226253_95091616_o14699935_1104774676226254_35454673_n

Parlando di cose pratiche: il mio appartamento è bellissimo, è vicino alla cattedrale di ULM e i miei coinquilini sono anche loro simpatici, sono con un ragazzo filippino e una coppia di tedeschi già sposati e la cosa divertente è che giochiamo a cucinare cose tipiche della nostra cultura, ad esempio io per loro faccio molta Pasta con vari sughi diversi, il ragazzo filippino cucina piatti con riso e pollo moooolto piccanti e la coppia sposata ha fatto per me la Kartoffelsalat tipica del nord e tipica del sud. Io AMO la kartoffelsalat, di ogni genere, ma preferisco quella del nord perchè c’è la maionese!! (la mangerei tutti giorni anche perchè adoro l’ortaggio!)

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Detto ciò, vi aggiornerò in seguito!! A presto🙂

Zuhause ist ein Gefühl

Ciao a tutti!

Eccomi qua, a raccontarvi il primo mese in Deutschland.

Abito in un paese piccolissimo, e quando dico piccolissimo, è veramente piccolissimo! Ricorda le Langhe con vigneti e frutteti, si trova a circa 30 km da Freiburg im Breisgau, a 10 km dal confine francese e il paese più vicino è a 3 km.

Ho una bici con cui potermi muovere, e mi piace tantissimo perché qui, ovunque tu vada, ci sono piste ciclabili.

Al mio arrivo ho trovato una persona stupenda, Sonja, che mi ha fatto subito sentire a casa.

Dopo due giorni  c’è stato il seminario di formazione con altri volontari internazionali … credo sia stata una delle esperienze più belle della mia vita. Conoscere persone così diverse, di diverse culture … capirsi al volo e stringere una forte amicizia!

 

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gruppo volontari internazionali

Ma torniamo a parlare di quello che faccio qui.

Il mio lavoro consiste nell’organizzare attività pomeridiane per persone con disabilità che vivono nella zona.

Lavoro con una ragazza tedesca, volontaria come me. Credo di essere stata davvero fortunata perché siamo andate subito d’accordo, è fantastica.

Fin dal primo giorno mi ha aiutata, sia con la lingua, sia con le persone con cui dobbiamo lavorare.

Oltre all’organizzazione, partecipo alle attività seguendo direttamente i ragazzi,che hanno un’età compresa tra i 15 e i 50 anni. Anche con loro ho subito instaurato un bel rapporto, sono davvero speciali.

Quello che fino ad ora mi sento di dire è che qui mi sento come a casa. Certo, mi mancano la mia famiglia e i miei amici, ma sto talmente bene che l’unica cosa che posso ancora dirvi è che “Zuhause ist kein Ort, Zuhause ist ein Gefühl”

Tschüss =D

Virginia

 

 

Ciao a tutti! Mi presento sono Laura, ho 19 anni, sono volontaria internazionale in Belgio, a Olne, un piccolo peasino nei pressi di Liegi. Lavoro in una casa famiglia con bambini i cui genitori, per un motivo o per l’altro, hanno perso l’affidamento; il mio proggetto durerà 10 mesi.

Lavorare con i bambini é fantastico anche se è volte molto duro, sono vivaci e richiedono molte attenzioni. Lavoro praticamente tutti i giorni, li accolgo quando tornano dalla scuola, li aiuto a fare i compiti e a lavarsi, do una mano per la cena, gioco con loro finché non arriva l’ora di fare la ninna, allora qualche volta gli leggo una storia!

Loro sono molto affettuosi e la cosa che più mi va a genio é vivere una quotidianità mai noiosa, perché ricca di novitá, avventure e cambiamenti, insomma non si finisce mai d’imparare qui!

Sono arrivata che avevo paura di non poter o saper comunicare per via del francese (non é che io e questa lingua avessimo tutto questo grande rapporto! ), ma é proprio vero che per imparare bene bisogna partire e andare dove sono persone con cui solo mediante di essa si può intrattenere una conversazione! Insomma le mie chiacchierate ormai me le faccio; inoltre tutti, bambini ed educatori, sono molto affettuosi e disponibili, soprattutto pazienti!

Per quanto riguarda il posto é strano passare da una città grande come Roma a un paesino di collina, uscire la sera solo se si ha la macchina, essere svegliati a suon di muggiti delle mucche della vallata, ma sono contenta di avere la possibilità di poter vivere anche questa realtà così differente dalla mia!

Inoltre il Belgio é piccolo e ho già girato molto, la prossima settimana andiamo a Bruxelles!

Basta, potrei parlare di questo è di quell’altro ma mi fermo qui perché dopotutto  ho ancora tanto  tempo!

Bisous 😊

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Tutti pensano che una volta giunti nel paese di accoglienza inizi la propria esperienza di volontariato.  Ma così non è ! La ricerca in sé dell’eventuale progetto fa già parte dell’esperienza, in quanto può condizionare la partecipazione al progetto dell’ERASMUS PLUS.

Innanzitutto consiglio ai futuri volontari di fare un’attenta valutazione di che cosa significhi compiere volontariato. Volontariato non significa andare in vacanza all’estero per un anno, ma lavorare per aiutare altri a raggiungere i loro obbiettivi. nel caso dello SVE significa anche allontanarsi per un lungo periodo da famiglia, amici e fidanzati e ritrovarsi soli in un paese culturalmente diverso dove non si conosce nessuno e dove spesso non si conosce neanche la lingua. Quest’ultimo fattore può costituire una difficoltà maggiore in quanto è una barriera alla socializzazione.

Spesso nelle università vengono organizzate delle giornante in cui si spiegano i principi e il funzionamento dello SVE e come muoversi per partecipare a questo progetto. In questi incontri sono invitati anche i rappresentati delle agenzie nazionali che spiegano a grandi linee tutta la rosa delle opportunità che la Commissione Europea mette a disposizione dei giovani. Ma la parte più interessante consiste nella possibilità di ascoltare e fare domande agli ex volontari che partecipano a queste riunioni portando la loro esperienza. Se riuscite ad avere dei contatti con qualcuno di loro non esitate a fare domande. Gli ex volontari sono come la Bibbia dello SVE e conoscono già la risposta a tutti i vostri dubbi ! Ci si può rivolgere anche direttamente alle varie organizzazioni di invio per chiedere informazioni, ma io consiglio di parlare con più agenzie poiché ognuna ha da proporre progetti diversi ed è sempre meglio conoscerli tutti per poter scegliere il migliore per voi.

Per quanto riguarda la ricerca vera e propria del progetto, sul web esiste un motore di ricerca che contiene tutti i progetti esistenti in Europa. Questo sito è fatto proprio male e all’inizio non è molto facile da utilizzare, in quanto denso di informazioni e non sempre aggiornatissimo. Ma le organizzazioni di invio sapranno insegnarvi come utilizzarlo.

A mio avviso è importante anche scegliere bene l’organizzazione a cui vi affiderete, perché non tutte sono così affidabili come appaiono. Diffidate dalle organizzazioni che vi chiedono quote di partecipazione perchè per poter partecipare a questo progetto l’unico requisito è essere giovani. Diffidate anche da quelle che fanno preselezioni dei candidati, in quanto la selezione del candidato spetta solo all’organizzazione che vi accoglierà: solo loro sanno chi ha o chi non ha i requisiti giusti per loro. Purtroppo ad oggi non esiste nel regolamento dello SVE un qualcosa che impedisca questo comportamento. A parer mio non è corretto fare una preselezione in quanto non esistono ad oggi criteri di selezione per le organizzazioni di invio, che hanno un ruolo di mediatore e facilitatore dei contatti tra volontario e organizzazione straniera. Credo anche che questo comportamento vada contro i principi dello SVE o perlomeno non faciliti l’accesso all’opportunità che da lo SVE: già la concorrenza è elevata, poichè tutti i giovani d’Europa possono partecipare, e già ogni organizzazione di accoglienza utilizza criteri di selezione differenti, perciò non è utile che anche le organizzazioni di accoglienza si mettano a salvare i propri interessi.

Ricapitolando:

  • Cercate di capire se questo tipo di esperienza fa al caso vostro
  • Chiedete informazioni a chi ha già svolto uno SVE e alle varie organizzazioni
  • Scegliete accuratamente l’organizzazione di invio che vi assisterà per tutta la durata dello SVE

 

IN BOCCA AL LUPO !