I volontari della Diaconia Valdese all'estero

Due mesi e dieci giorni: il resoconto del tempo passato in terra ceca. Una piccola frazione di tempo a confronto della durata del mio progetto (esattamente dodici mesi), eppure sembrano passati mesi e mesi, “five years” per la mia coinquilina Francese. Sarà forse perché ogni settimana c’è qualcosa che cambia, diottrie che si aggiungono e che pian piano vanno a compensare la mia “miopia” da volontario sve: il primo weekend in Krnov (la città dove sto svolgendo il mio progetto); la prima birra; il primo seminario; il primo giorno di lavoro; il primo weekend a Praga e Olomouc; la prima lezione di ceco; un altro seminario; un altro “primo giorno di lavoro” e via via sempre più cose. Volti, nomi, storie, stati d’animo si susseguono a raffica, si sovrappongono e si scavalcano. E’ un continuo saltellare fuori e dentro di sé, sempre più in là, là dove lo sfondo inizia a prendere contorni più nitidi, là dove inizia la scoperta di un Paese che per me – fino a poco fa – ruotava attorno solo al nome della sua capitale, Praga.

Sono solo all’inizio della mia carriera da “Dora l’esploratrice”, ma se mi dovessero chiedere di descrivere la Repubblica ceca potrei già iniziare a disegnarne piccoli abbozzi. Per prima cosa partirei dai treni che srotolano i loro binari sul vivo verde di colline, si addentrano nei boschi, affiancano piccoli orti recintati, fino a passare a pochi metri dal mio appartamento. Hanno tre, due talvolta solo una carrozza e il sempre un controllore ligio al suo lavoro. “Treno” in ceco si dice “vlak”, ma la prima parola che impari in ceca è “pivo”, ossia “birra” poiché la Repubblica ceca è al primo posto per la produzione e consumazione di questa bevanda che costa solo 56 KCZ (pressappoco più di 2 EUR) al litro. Se hai sete ti conviene farti un bel boccale in un pub (“hospoda” in ceco), che invadono le città.

Per parlare di altre scoperte su questa terra, sfrutterò altre occasioni, per ora voglio illustrarvi alcuni aspetti del mio progetto. Lavoro presso la Slezska Diakonie in un piccolo centro che si chiama “Herna”, il pomeriggio dalle 13 alle 17. Questo spazio è una specie di doposcuola per bambini rom e che provengono da famiglie con situazioni economiche non troppo felici. Le ore passano calme e tal volta troppo silenziose, sia per l’ostacolo della lingua che per la scarsità di bambini. Tuttavia non è sempre così: mensilmente organizziamo delle piccole attività finalizzate ai bambini e alle loro famiglie. Il contributo più grande che posso dare è condividere e presentare l’Italia, le nostre tradizioni e le mie conoscenze per dare la possibilità a questi bambini di viaggiare o almeno scoprire. Così mi sono rimboccata le maniche e con l’aiuto della mia collega abbiamo impastato e preparato due chili di cavatelli (pasta che arriva dall’antica memoria della tradizione lucana di mia nonna) che sono stati ben serviti il giorno dopo con abbondante sugo e formaggio.
Se da un lato l’incontro culturale serve per allargare le loro possibilità (magari di intraprendere un progetto sve), dall’altro è qualcosa che mi sta permettendo di conoscermi meglio, partendo dall’ambiente in cui sono cresciuta. Me ne sono accorta nel momento in cui stavo mettendo giù qualche idea sulle attività in vista del Natale, dopo che il mio supervisore mi ha parlato del Natale in Repubblica Ceca e mi ha chiesto se potevo condividere qualcosa della nostra tradizione natalizia.
Novembre. In ceco è listopad: listo significa foglia, mentre pàd caduta. Cadono sempre più foglie, quasi come se anche loro fossino tanto ansiose di scoprire un altro modo (o magari lo stesso) di vivere il Natale.

A presto 🙂

Stefania

 

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Giunti alla fine…

Ciao a tutti!

Eccomi qui a condividere l’ultimo post prima di concludere questa meravigliosa esperienza a Budapest. Anche se tra dieci giorni tornerò in Italia, ancora non ho ben realizzato del mio ritorno imminente e continuo ad uscire e ad incontrare persone come se non dovessi mai partire. La frenesia della città mi avvolge ed è strano pensare che la realtà costruita in tutti questi mesi si dissolverà e presto tornerò alla realtà italiana, per me lasciata in sospeso da qualche mese. Otto per la precisione. Anche in ufficio le cose procedono come se nulla fosse, e faccio davvero fatica a figurare la mia vita tra due settimane. Alcuni momenti mi riportano alla realtà dei fatti, come ad esempio una gita al Balaton con le mie colleghe, organizzata al fine di salutarci, oppure un leaving party questo venerdì, ma il mio cervello si rifiuta di realizzare appieno, e credo che lo farà solo quando chiuderò la porta di casa per andare in aeroporto.

Sono molto curiosa di vedere quali saranno le mie reazioni! Questo SVE è stato davvero interessante e ora che lo sto concludendo, posso finalmente dire di essere soddisfatta di aver colto questa occasione. Ci sono stati molti momenti difficili, dall’inverno ungherese ai momenti morti in ufficio, ma anche molti davvero interessanti e gratificanti, come i diversi seminari fatti e le meravigliose persone conosciute. E’ stato molto bello conoscere la cultura e le tradizioni rom e penso che questi mesi abbiano radicalmente cambiato il mio modo di percepire le diverse sfaccettature della società, insegnandomi a distaccarmi dall’ottica di soggetto spesso privilegiato e a comprendere i diritti e i bisogni delle minoranze e soprattutto, le discriminazioni che spesso subiscono, che le rilegano ai margini della società.

Tutta una serie di aspetti mi era completamente ignota prima di iniziare questo SVE e dal primo giorno di lavoro, ho iniziato a sentire diverse storie, a leggere articoli, ad organizzare eventi, scoprendo pian piano una cultura che mi è da sempre stata così vicina ma al tempo stesso così lontana e sconosciuta. Questo bagaglio culturale lo porterò sicuramente con me e sarà una valigia che si aggiungerà a quella materiale nel viaggio di ritorno.

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All’aspetto più teorico e locale si è poi aggiunto l’incontro con altri ragazzi rom, provenienti da tutta Europa, durante i seminari internazionali. Qui ho avuto modo di conoscere persone meravigliose con cui ho condiviso momenti davvero illuminanti e con cui ho condiviso racconti, esperienze, storie che mi hanno reso maggiormente consapevole della situazione rom nei diversi paesi europei.

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Alla cultura più specificatamente rom, si è aggiunta quella più generale delle minoranze europee, che ho avuto modo di conoscere negli altri due seminari con YEN.

È molto bello essere consapevoli del fatto che, in realtà, i confini nazionali dei paesi racchiudono dentro di sé molte altre diversità e che invece di pensare alla classica cartina geopolitica piatta, bisognerebbe immaginare i paesi come un tripudio di colori e di diverse realtà.

Insomma, questa esperienza mi ha insegnato ad aprire la mente, a non fermarmi mai alle apparenze e ad essere sempre disposta ad imparare e a cambiare le proprie idee. Qui ho anche imparato la pericolosità e la portata di uno stereotipo e farò il possibile per condividere questa mia nuova consapevolezza una volta tornata.

Un saluto a tutti!

Livia

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19 giugno 2017

Ciao a tutti!

Il mio SVE sta volgendo a termine e non mi resta che godermi questi ultimi mesi a Budapest. La città con l’estate è diventata qualcosa di meraviglioso e girare in bicicletta per i parchi o i grandi viali assolati è veramente bello. Di conseguenza, anche se ormai in ufficio non ho più molto da fare, non mi dispiace avere più tempo libero per godermi il più possibile questa bella città. Ieri ho pure scoperto una nuova parte di Budapest, Romai Part, dove ho passato una rilassante domenica in riva al fiume e immersa nel verde.

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Maggio è stato un mese abbastanza intenso, perché con la mia organizzazione ospitante abbiamo pianificato un seminario internazionale a Durres e siamo poi andati direttamente sul posto per gestirlo. Tutta l’attività che ha preceduto il seminario è stata piuttosto interessante, ho preso parte nella selezione dei candidati, nell’acquisto dei biglietti per i viaggi e nella programmazione del seminario. In questo modo abbiamo pianificato tutti i workshop e le attività che avremmo tenuto e ci siamo preparate al tutto. Il seminario ha raccolto più di 35 partecipanti da diversi paesi europei, ragazzi rom e non rom pieni di entusiasmo e voglia di condividere e raccontare le proprie esperienze. Per una settimana abbiamo passato momenti davvero belli e il gruppo ha raggiunto livelli ci coesione ed unità veramente notevoli. Di giorno si dava il meglio nei diversi workshop e nelle discussioni e poi alla sera si stava svegli fino a tardi a chiacchierare e a ballare musiche tamarre come “Despacito”! 🙂

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La settimana è volata e in un batter d’occhio è già stata ora di tornare a casa. Non essendoci voli diretti da Tirana a Budapest tutti i giorni, abbiamo dovuto aspettare un giorno in più in Albania e io ho deciso di visitare la città di Tirana. Mi sono fermata in un ostello davvero carino e poi ho passato tutto il pomeriggio tra vie, piazze e musei. Faccio fatica ad esprimere un giudizio obbiettivo sulla città, perché, pur avendo un aspetto non proprio elegante, mi è piaciuta moltissimo. L’atmosfera era davvero allegra e contagiosa e non puoi che essere felice sotto il sole di Tirana! Ci sono stati alcuni momenti, come la visita al bunkart, in cui mi è venuta molta tristezza (onestamente non sapevo che la dittatura albanese fosse stata così feroce), ma poi la visita al parco mi ha fatto tornare il buon umore! 🙂

Mi sono pure arrampicata su questo interessante edificio, ex sede del museo del dittatore Enver Hoxha, da cui ho potuto vedere la città dall’alto!

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Un saluto,

Livia

¿Dónde vas?

El vulundariado de Alessia en Chinandega, Nicaragua.P_20170204_162832Finisco di lavorare nel barrio de la Tejana, un quartiere di Chinandega, verso le cinque e mezza ed esco dalla cancellata in ferro bianco-nero che delimita l’area della Planta dove si producono vino e succhi di frutta, ma si organizzano anche numerosi laboratori con i bambini e incontri informali con giovani donne. Inizio a camminare svelta nella strada per tornare a casa a farmi una doccia, infatti se al mattino mi dicono ¡hola cele! (ciao pallida) alla sera finiscono per dirmi ¡adios morena!, cioè addio abbronzatina: certo loro non sanno che il cambiamento non è dovuto al sole, ma al quantitativo di polvere che mi rimane addosso dopo le attività con i bimbi. Mi sento un po’ come Pig-pen dei Peanuts, quel personaggio di Charles Shulz disegnato sempre con un vasto corredo di pulci e pulcette.

Dovrei percorrere un po’ più di 3 kilometri per arrivare a destinazione,  e nel frattempo sono numerose le moto-taxi che si fermano per chiedere se per 20 cordoba, poco meno di un dollaro, voglio un passaggio.Io rifiuto, e solo quando vedo arrivare Don Santo, il mio motorettaro di fiducia, salgo. Ora, non pensate a un baldo giovane in sella a un bolide, piuttosto un uomo di mezza età con canottiera-sabbia ripiegata in modo da far spuntare il panzotto tondo, camicia militare in cui le tonalità del verde si possono solo ricordare, infradito e casco portato all’altezza del gomito, a guisa di una borsa. Andare in due su uno scheletro di moto, senza casco e con il conducente in ciabatte non è di certo la nuova pubblicità per la sicurezza stradale, ma vi assicuro di aver visto caricare uno, due, tre, quattro (si, si, nessun errore di battitura, Q-U-A-T-T-R-O) persone alla volta, sacchi di frutta o di legna e polli fino a non poter più vedere nulla se non le ruote.

Nonostante in Nicaragua non ci sia un linea ferroviaria e quindi treni, la varietà di trasporti non manca, e i collegamenti tra una città e un’altra sono coperti dagli autobus, che trasportano persone e merci per tutto il paese. I costanti e tediosi ritardi di Trenitalia che ho subito per anni, qui sono un problema superato: hanno abolito le tabelle orarie.   Con il tempo ho appreso che per partire con i bus piccoli si deve aspettare che tutti i posti siano occupati, ma una volta raggiunto il numero magico, si va veloci e diretti verso la meta, spesso accompagnati da qualche successo di Laura Pausini cantado en español; invece i bus grandi partono a intervalli màs o meno regolari, ed offrono il duplice vantaggio di essere piuttosto economici e di caricare chiunque sul loro percorso, a patto che l’aspirante passeggero sventoli un poco la mano. Una cosa che accomuna grandi e piccoli autobus sono le decalcomanie attaccate alle fiancate o ai vetri, tutte diverse nello stile ma uguali nel rivolgersi a Dio, alla Sacra Famiglia o a qualche Santo. La prima volta che arrivi al terminal e vedi questo tripudio di preghiere pensi sia solo uno dei tanti modi di manifestare il proprio credo religioso da parte di un popolo fortemente cattolico, però, quando l’autista mette in moto, capisci che l’unico modo per arrivare vivi alla fine del viaggio è affidarsi ad una potenza ultraterrena, così ogni volta che la chiave gira e si accende il motore, anche io, atea, inizio una litania interiore.P_20170317_105010Durante il viaggio schiviamo buche, passiamo incolumi da incroci improbabili e una volta credo di aver visto il bus restringersi, perché non saprei spiegare in altro modo l’essere riusciti a infilarsi in un corridoio stretto-stretto formato da due tir.

Se si è a corto di denaro, o non si è ancora pronti per credere al potere reale della preghiera, c’è sempre un asso nella manica: braccio in fuori, pollice in su e a voce alta RAAAAID.P_20170205_091533_BFNelle vie si vedono spesso delle macchine tipo jeep o dei camioncini aperti dietro, a cui si può chiedere un passaggio senza troppo timore, infatti nel retro a farvi compagnia spesso ci sono maiali, polli, cani, donne, bambini e una vasta gamma di umanità: non si rischia né di annoiarsi né di sentirsi soli in quest’avventura!P_20170126_133352_BF

Ciao a tutti!

E’ passato parecchio tempo dal mio primo post e molte cose sono cambiate: il rigido inverno ungherese è finito e dopo record di -20 gradi e Danubio ghiacciato, la città si risveglia con la primavera ed ogni cosa sembra più luminosa, dalle giornate di sole, agli sguardi allegri degli ungheresi che ravvivano le strade della bellissima Budapest. Il cambiamento del clima ha avuto un impatto decisivo anche sul mio umore, e devo dire che rispetto ai primi mesi, sono molto più positiva. Non conosco ancora molta gente qui, ma la cosa mi pesa sicuramente molto meno e resto ottimista per gli ultimi mesi di SVE che mi restano, è così bella Budapest! In più il primo mese avevo avuto molti conflitti con un mio collega/coinquilino, che però, grazie al cielo, ha deciso di abbandonare il progetto un paio di mesi fa, lasciando me e l’altro volontario in pace. Questo fatto ha decisamente influito positivamente sull’apprezzamento generale del mio SVE, dal momento che vivere e lavorare insieme con una persona così spiacevole era veramente difficile. Da quando ha lasciato le cose hanno quindi incominciato ad andare meglio.

Altre novità importanti del mio SVE sono stati i tre seminari a cui ho partecipato da febbraio ad oggi, uno a Trieste, uno a Visegrád e uno a Durazzo. Tre seminari molto diversi, dal momento che il primo, a Trieste, è stato un training for trainers, volto quindi a formare futuri trainer che sappiano gestire i seminari attraverso l’uso della Non-Formal Education. Il progetto durava una settimana ed è stato molto intenso, con giornate piene di workshop differenti, tutti incentrati sul valori quali l’inclusione, il rapporto minoranze-Stato e attività di team building. Durante i miei primi giorni a Budapest avevo partecipato ad un piccolo seminario organizzato dalla mia associazione, Phiren Amenca, dove avevo avuto per la prima volta la possibilità di sperimentare il metodo della Non-Formal Education. Esso si basa sulla trasmissione di concetti e di valori senza l’utilizzo dei libri o del metodo tradizionale (appunto, la cosiddetta Formal Education), ma attraverso attività di gruppo, insieme al quale si impara ad aprire la propria mente e ad apprendere. Un esempio di team building con il metodo della Non-Formal education è stato un esercizio chiamato “Eggsercise”, in base al quale, hanno diviso il gruppo in tre gruppi più piccoli e distribuendo materiale vario, tra cui carta, bottiglie di plastica e scatole di cartone, ci hanno chiesto di creare un sistema che impedisse all’uovo appeso al soffitto di rompersi, una volta tagliata la corda che lo manteneva sospeso. Forze descritto così l’esercizio non sembra troppo esaltante, ma di fatto è stato davvero divertente usare la nostra fantasia per creare un “nido” idoneo ad evitare la rottura dell’uovo. Ogni gruppo ha sviluppato idee molto creative e l’attività in sé ci ha permesso di conoscerci meglio, creando un rapporto amicale tra i diversi partecipanti. In una settimana infatti eravamo un gruppo molto unito ed è stato triste lasciare Trieste.

 

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Il mio secondo seminario è stato un EVS mid-term evaluation meeting, nella bellissima località di Visegrád, sul Danubio. Qui ho finalmente avuto la possibilità di conoscere gli altri volontari in Ungheria e di scambiare punti di vista con loro sull’esperienza. E’ stato molto bello condividere così tante esperienze e mi ha rassicurato il fatto che più o meno affrontiamo tutti le stesse difficoltà!

 

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Il seminario in sé è stato meno impegnativo rispetto a quello di Trieste, però il gruppo era ancora più unito e ho trovato molte belle persone. La settimana dopo infatti ne ho approfittato e sono andata a trovare a Pécs una ragazza spagnola che avevo conosciuto al seminario, passando un finesettimana diverso nella bella cittadina ungherese.

L’esperienza  SVE offre obiettivamente molte opportunità alternative!

L’ultimo seminario si è concluso ieri a Durres, in Albania, con la stessa organizzazione che aveva pianificato quello a Trieste, YEN, il più grande network europeo di organizzazioni di minoranze etniche, nazionali e linguistiche. Qui ho ricoperto il ruolo di trainer e non posso dire sia andata troppo bene, perché non sono assolutamente portata per parlare in inglese di fronte a gruppi di 50 ragazzi, né tantomeno per condurre attività. Tuttavia sono comunque felice di aver avuto l’opportunità di partecipare. E’ stata un’esperienza interessante che ha sicuramente arricchito il mio bagaglio culturale e che mi ha comunque permesso di conoscere e scoprire molte cose, quali, ad esempio, l’incredibile quantità numerica di minoranze sparse per tutta Europa! Eravamo un gruppo di ragazzi dai 18 ai 30 anni e l’atmosfera era davvero bella!

In conclusione, quindi, lo SVE è molto diverso dalle mie aspettative, ma finora mi ha aperto molte porte che non avrei immaginato e molte esperienze del tutto nuove!

 

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Oltre ai seminari, allego una foto dei miei amici qui a Budapest! Scattata dalla finestra di un bar! 🙂

 

Livia

Ciao a tutti!

Sono Laura e sto svolgendo il mio servizio di volontariato in un paesino del Belgio, nei pressi di Liegi.

Gli ultimi mesi sono stati frenetici e fantastici, ho l’impressione di aver vissuto una quantità infinita di esperienze e ciò che provo ripensandoci é libertà e soddisfazione.

Lavoro in una casa che ospita bambini, i cui genitori, per motivi sociali vari, hanno perso la loro tutela.

Non é sempre facile perché a volte mi sento messa di fronte a cose molto più grandi di me, ma fa bene perche sto imparando a misurarmi con me stessa e con il mondo, credo di star crescendo molto.

Con i bambini faccio molte attività e uscite, ora che é primavera iniziamo anche a godere di un po’di sole, questo mi mancava così tanto!

Inoltre noto come il buon tempo e la natura possano influenzare positivamente l’umore dei bambini, é incredibile!

Contemporaneamente sto seguendo il solito corso di lingua francese, utilissimo perché a parlarla non trovo grandi difficoltà, ma la grammatica…

Fortunatamente che ci sono i bimbi qui, che con la loro voglia di insegnare non si arrendono mai e non si stancano di spiegarmi delle cose, che per loro sono le più ovvie.

Ho viaggiato molto, con il mio progetto siamo andati a Tounai e nelle Fiandre, con i miei amici  spesso a Bruxelles, una volta a Berlino, a Maastricht e abbiamo fatto numerisi giri nei paesini, qui nei dintorni.

Amici e parenti sono venuti a trovarmi, sono tutti rimasti sorpresi per l’incredibile ospitalità delle persone, per la loro curiosità su Roma e sull’Italia che li porta a porre tantissime domande.

Sono felice perché una volta tornati, mi scrivono tutti che hanno tanta voglia di ritornare, significa che non sono l’unica a sentire la magia di questo posto!

Ci sono tanti motivi per cui consiglierei di fare un saltino qui in Belgio:

Per la birra, che é davvero varia e speciale, il mio obbiettivo é quello di assaggiarne tutti i tipi, ma ne sono ancora lontana, sono troppi!

Per le frittes, le patatine belle saporite e unte che possono trasformarsi in una vera droga, per cui bisogna stare attenti, ma mangiate al posto e al momento giusto possono veramente renderti felice!

Per i viaggi, i quali più sono e meglio é!

Per altre infinite ragioni che non vi dirò, perché la sorpresa di trovarle, una volta qui, é la migliore e perché siete voi che dovete farlo!

Vi aspetto, a bientôt et bisous da la Belgique!

Laura

Todo riquisimo

El vulundariado de Alessia en Chinandega, Nicaragua.

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Come cantava Manu Chao, il 16 Gennaio sono approdata alle “11 de la noche en Managua, Nicaragua” (ringrazio della citazione l’amica Pedrini), e pochi giorni fa ho festeggiato il mio primo mese in terra straniera.

Straniera qui vuol dire che nonostante i miei capelli neri pece, occhi mogano e la pelle diventata caffè poco dopo essere scesa dall’aereo, caratteristiche che in passato mi avevano permesso di passare per Egiziana in Egitto, Spagnola in Spagna e Turca in Svezia, ora mi sento dire “Alemana? Gringa!” (Tedesca? Statunitense!). Se inizialmente passavo dallo sconcerto all’impettito, sicura dell’implicita presa in giro, ora che ho compreso la sincerità di queste affermazioni, arrossisco mentre il mio ego cresce a dismisura pensandomi paragonata a una conterranea di Heidi Klum o di Cindy Crowford- mi rendo conto che i miei punti di riferimento sono piuttosto datati, ma mi avvicino inesorabilmente al mio 30esimo compleanno e il mio bacino di icone pop rimangono gli anni 90.

Mi aggiro per Chinandega con fare sicuro, scavalco agilmente i mucchietti di spazzatura accumulata a macchia di leopardo per le vie, zampetto tra i tricycle senza farmi prendere sotto, scendo dal marciapiede prima che si trasformi in un misto di sabbia e polvere optando per la carretera percorsa dalle auto: tra una giravolta, un salto e un pasito adelante, io e la città abbiamo imparato a danzare.

Ora che seguo questi passi come d’istinto, i colori balzano fuori dalle facciate delle case, turchese-giallo-arancione-verde-blu-viola-rosa-rosso e ancora da capo, amplificati dall’eco che gli dona il sole estivo di Marzo.

Ritrovo lo stesso fiume di tinte nel mercato del centro città, dove meloni, ananas, cocomeri, manghi, avocadi, mandarini, limoni, limomandarini, banane, arance, limette, papaia, platani e mucho mas ricoprono i banchi stracolmi dei venditori che sembrano intonare una canzone continua nel chiedere “Qué quiere, amor? De qué necesita, mi querida” (Cosa cerchi, amore? Di cos’hai bisogno, mia cara?).

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Nonostante la frutta sia la prima cosa che viene in mente quando si pensa a un clima tropicale, qui c’è molto di più, un vero e proprio culto per il cibo…da italiana, anzi, da emiliana, mi sono sentita subito a casa.

Al mercato si vende e acquista formaggio fresco e affumicato, carne di pollo, pesce, riso, fagioli rossi; per le calle si trovano banchetti che spadellano tortillias fin dalle 7 del mattino, pulperie, corrispettivo delle nostre ormai desuete drogherie e le fritangas, osterie dove si possono assaggiare le ottime specialità nicaraguensi a prezzi veramente bassi; durante le conversazioni tra colleghi e conoscenti si parla di desayuno, almuerzo y cena (colazione, pranzo e cena), di ricette, delle migliori panederias, di cosa si cucinerà; i bambini si accalcano attorno alle bancarelle per avere caramelle di latte, granite, frutta a spicchi; si cammina mangiando, si mangia viaggiando.

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Italiani, abbiamo dei fratelli nel continente americano: si chiamano nicaraguensi!